Rigenerazione e riqualificazione urbana

La ripresa parte dalle periferie


Stefano Boeri, Architetto

In Europa, sempre di più viviamo in città diffuse, disperse e frammentate, i cui tessuti urbani aumentano ogni anno il proprio diametro, pur generando deserti al loro interno, città in cui centro e periferia sono parole dure e difficili da definire. Non perché non ci siano centri o non ci siano periferie, ma perché oggi, per i fenomeni demografici e di immigrazione, per la polivalenza di culture che abitano le nostre comunità urbane, la questione è diventata irriducibile ad una semplice opposizione centro/periferia.

 

Se abbandoniamo la matrice storica e assumiamo una prospettiva sociale, è chiaro infatti che le aree di disagio e di sofferenza non sono le aree di ultima costruzione o le aree di margine delle nostre città. La periferia non corrisponde – necessariamente – ai quartieri geometricamente distanti dal cuore antico, ma a tutti quei luoghi – ovunque essi siano – dove c’è un’evidente assenza di ricchezza e di servizi.

 

In Italia abbiamo città dove questo tipo di periferia è nel cuore stesso della città: i Quartieri Spagnoli a Napoli così come il centro storico a Genova; come via Gola, a Milano: vicino alla Darsena – che è forse l’espressione massima della rigenerazione milanese, un pezzo di città bellissimo – c’è una zona dove i caseggiati popolari sono occupati abusivamente per l’80% da spacciatori che hanno installato lì un punto di immagazzinamento e distribuzione della droga. Forse quella non è periferia?

 

Da questo tipo di situazioni è evidente come si stiano formando, nelle città europee, vere e proprie Anticittà: qualcosa che cresce parallelo alle città, anche dentro di esse, come un corpo separato. L’Anticittà non è qualcosa di contrapposto alla città; piuttosto, ne rappresenta una declinazione particolare: un modo – il più recente – di fare città, che convive con le altre forme storiche di produzione della città erodendole dall’interno.

 

Due sono i connotati principali dell’Anticittà odierna. Da un lato la frammentazione del tessuto sociale: l’accostamento di monadi urbane non comunicanti tra loro, isole monoculturali senza finestre verso l’esterno, del tutto disinteressate al funzionamento dell’organismo geografico e antropologico a cui pure appartengono. Dall’altro lato, complementare, la dissipazione: un processo costante di diluizione dell’intensità delle relazioni umane sul territorio, in cui i legami di vicinanza tra comunità differenti si allentano e gli scambi di pratiche, risorse e informazioni vengono meno.

 

E’ proprio questo, secondo me, il problema centrale della città oggi: una progressiva diluizione dell’intensità urbana, di scambi e di relazioni. Si tratta di un processo progressivo di impoverimento sociale, perché dove gli scambi e le relazioni tra gli abitanti sono deboli, le città si impoveriscono.

Oggi il pericolo per la sicurezza della vita civile non arriva tanto dalle periferie geografiche, quanto dai luoghi a bassa intensità, che non corrispondono ai margini esterni di una città, ma la costellano come un arcipelago. Zone non necessariamente povere economicamente, ma senza dubbio povere socialmente, in cui non c’è possibilità di scambio e di incontro fra persone. Ed è questo per me il problema delle nostre città: la diffusione delle aree a bassa intensità.

 

Le politiche urbane non possono essere semplicemente politiche che riducono le distanze centro-periferia, o che intervengono localmente per portare servizi. È necessario un intervento più complesso, che miri a promuovere condizioni di urbanità, di intensità di scambi e relazioni. Si tratta di creare, da un lato, spazi di aggregazione, di cui le singole comunità possano appropriarsi e che possano gestire; ma allo stesso tempo bisogna creare spazi di interazione, dove le diverse comunità possano incontrarsi. Un esempio in questo senso sono le piazze italiane, da sempre luoghi dove tutto può accadere: spazi pubblici aperti, la cui indeterminatezza e generosità è per me il miglior segno dell’intensità di cui parlo.