L’ARCHITETTURA COME SPIA DI UN MONDO IN EVOLUZIONE


Ne parliamo con Luca Molinari

 

 

Il presidente della giuria di Archmarathon, simposio di architettura che animerà MADE expo, riflette a tutto tondo sui nuovi stimoli creativi prodotti dal mondo della progettazione. E sull’importanza per le fiere di fare cultura

Ne parliamo con Luca Molinari

“Non vedo l’ora di essere sorpreso. Credo che la bellezza del farsi stupire sia una cosa di cui tutti noi ‘addetti ai lavori’ oggi abbiamo un grande bisogno”. Luca Molinari, critico e storico dell'architettura, presiederà la giuria di ARCHMARATHON, il primo evento internazionale di Architettura che riunisce 42 Studi di progettazione provenienti da Paesi diversi del Mondo. Durante MADE expo, dall’8 al 10 marzo, gli studi invitati presenteranno il progetto per cui sono stati selezionati davanti ad un pubblico professionale internazionale. Un format senza precedenti, una piattaforma di dialogo tra attori diversi che operano sul mercato dell’architettura e delle costruzioni, creata per promuovere lo scambio di idee, know-how e relazioni, aprendo finestre fuori dal mainstream in grado di anticipare gli scenari futuri.

Ci racconta un esempio di progetto internazionale che l’ha colpita di recente?

"Sono appena stato ad Abu Dhabi alla premiazione dell’Aga Khan award for Architecture, dedicato all’architettura del mondo arabo. Mi ha colpito molto il progetto di un centro di formazione rurale a Gaibandah, in Bangladesh, ispirato a uno dei più antichi siti urbani del Paese, con una qualità di spazio, materia, geometrie molto interessante. Tra le opere premiate c’era anche una moschea costruita a Dacca, realizzata con mattoni rossi, concepita da una donna, Marina Tabassum. Un’opera calda, emozionante. Da una parte si sente il peso della tradizione islamica, dall’altra la contemporaneità. Quando le opere parlano alle comunità hanno davvero un significato potente. Mi ha colpito che entrambi i progetti provenissero da un paese che sta attraversando una fase tanto drammatica". 

 

Made Expo è la fiera di edilizia e architettura più visitata in Italia perché affronta i diversi aspetti del settore con un approccio che consente l’incontro tra tutti gli attori coinvolti: chi progetta, chi realizza e chi utilizza il prodotto finale. Cosa si aspetta da questa edizione?

"Mi aspetto di cogliere delle chiavi di lettura utili per il mondo che sarà. MADE expo ha sempre avuto una forte spinta alla circolarità dei saperi, investendo in incontri, mostre e convegni, creando un contesto culturale di altissimo livello. Anche la scelta di aprire al pubblico la sua giornata conclusiva implica il desiderio di accompagnare gli italiani a comprendere un mondo che spesso è complesso, e percepito come distante. È una scelta lungimirante, un modo per costruire le coscienze degli nostri futuri cittadini-abitanti. Fare cultura è fondamentale, significa avere degli strumenti per interpretare quello che vediamo. Senza cultura non c’è ricerca, senza ricerca non c’è industria avanzata. E senza industria non può esistere economia di lungo termine, che oggi è la cosa più importante".

 

Un tema a lei caro è quello delle “architetture resistenti”, come pensiero complesso e partecipato.  Quale deve essere, in questo senso, il ruolo dell’architetto oggi? Quali le sfide che il ripensare le città pone a livello progettuale?

"L’architetto ha un ruolo che sta evolvendo rapidamente, sempre più di mediazione fra le parti. Fra un sapere tecnico, specialistico, evoluto, e la consapevolezza che un progetto sempre ha un impatto forte sulle comunità. Un edificio rimane, per generazioni. Nei prossimi anni costruiremo sempre meno, e in modo diverso. Credo che l’architetto oggi sia chiamato ad avere una visione chiara, in un mondo in cui tutto viene appiattito, un’affermazione della propria poetica. E contemporaneamente una grande disponibilità all’ascolto della realtà, al desiderio delle persone. L’architettura esiste perché esiste la gente. Se non impariamo ad ascoltare, a dialogare, non impareremo a progettare. Amo molto una frase di Edoardo Persico, che parlava di architettura come sostanza di cose sperate. Ecco, io credo che l’architettura abbia valore quando è in grado di dare futuro". 

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