Terremoto e ricostruzione


L’architetto e ingegnere Carlo Ratti delinea una possibile strategia in quattro punti, legati ad altrettanti “insegnamenti”. Prendendo avvio da un intervento successivo al sisma dell’Emilia-Romagna

L’architetto e ingegnere Carlo Ratti delinea una possibile strategia in quattro punti, legati ad altrettanti “insegnamenti”. Prendendo avvio da un intervento successivo al sisma dell’Emilia-Romagna

Come tracciare un vademecum per l’architettura post-terremoto? Proviamo a partire dall’esperienza sul campo messa a punto durante la ricostruzione delle zone interessate dal sisma del 2012 in Emilia-Romagna, cui abbiamo partecipato – insieme a Renzo PianoGiorgio Ceruti e altri – concentrandoci sul polo scolastico di Cavezzo (Modena). Ecco alcuni insegnamenti che forse potrebbero essere utili anche di fronte alla tragedia delle ultime settimane in centro-Italia. Proviamo a riassumerli in quattro punti.

 

AFFRONTANDO L’EMERGENZA

Il primo insegnamento riguarda la gestione dell’emergenza. Dopo il terremoto non esistono scorciatoie: è necessario accettare uno spiacevole periodo di transizione. Le tende e i container sono un male inevitabile, in Italia come in tutti gli altri paesi del mondo. Il rischio, tuttavia – e qui sta il secondo insegnamento – è che il temporaneo venga gestito in modo troppo definitivo. Il rischio infatti è quello di equivocare l’idea della soluzione temporanea, costruendo strutture ambigue, che alla fine, obtorto collo, restano per sempre. Proprio a Cavezzo ci scontrammo con un problema del genere, legato all’iniziale gestione della ricostruzione. Per dare un tetto agli studenti in tempo per l’inizio dell’anno scolastico, infatti, prima del nostro coinvolgimento erano stati messi in piedi due padiglioni dalla natura ibrida: più resistenti di un edificio effimero, ma non del tutto adeguati al lungo periodo. Si trattava di una situazione difficile, perché il dispendio di energie e di risorse finanziarie per l’edificazione di quelle prime strutture rischiava di limitare la possibilità di progettare il futuro. Per non ritrovarci alle prese con simili dilemmi, dobbiamo ben guardarci da questo tipo di strutture: troppo permanenti per essere temporanee, ma troppo temporanee per essere permanenti.

ASCOLTARE LE COMUNITÀ E IL VALORE DELLA STORIA

Il terzo insegnamento riguarda la partecipazione dei cittadini. Anche in condizioni non di emergenza crediamo molto nella progettazione come risultato di dinamiche partecipative, lontane dalle imposizioni dall’alto. Tutto ciò è ancor più dovuto in condizioni critiche, dopo il terremoto. Oggi le tecnologie e le dinamiche della rete possono tornare molto utili per ascoltare i bisogni di una comunità, se non addirittura per costruire a più mani: per fornire alla popolazione, in modo concreto, gli strumenti finanziari e tecnici necessari. Se la città può ricostruire se stessa, il risultato sarà probabilmente migliore. La quarta e ultima lezione riguarda il tempo. L’Italia non è un Paese senza storia: l’architettura dei nostri paesi è il frutto di un lungo processo di stratificazione, durato spesso molte centinaia di anni. Il nostro dovere, come progettisti, è quello di rendere onore a questo patrimonio, ricostruendolo con la stessa solidità del passato e in modo non affrettato. Per far sì che Amatrice e tutte le altre città colpite dal terremoto possano continuare a essere ammirate anche in futuro, simboli di una bellezza universale e senza tempo.

Carlo Ratti
www.carloratti.com


Articolo pubblicato in origine su Artribune

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